Anche se risulta sostanzialmente impossibile racchiudere una storia simile in un semplice articolo, è sempre un piacere ripercorrere in breve le tappe che hanno segnato la carriera di Carlo Mazzone, l’allenatore con più presenze sulle panchine di squadre italiane.

Calcio
di Paolo Sinacore

@bigshotpaul

Carlo Mazzone, icona di un calcio che non c’è più


L’impatto emozionale di un’icona sportiva che viene a mancare non è mai banale. Di sicuro tornano alla mente in maniera istintiva le imprese che ci hanno fatto appassionare a questi personaggi, accompagnandoci in molti frangenti delle nostre vite. Eppure si fa difficoltà a limitare o isolare con precisione questi momenti quando si parla di Carlo Mazzone. L’allenatore romano per quasi 60 anni ha sostanzialmente legato a doppio filo la sua vita col gioco del calcio, entrando di diritto nella quotidianità di generazioni di appassionati. Difficile, se non impossibile, trovare controversie legate al campo che ne offuschino la memoria. Sia chiaro: la celeberrima corsa sotto la curva atalantina tutto avrà fatto fuorché piacere ai tifosi bergamaschi. Eppure, anche per le risapute motivazioni che lo portarono a perdere in malo modo la pazienza, non c’è stato altro tifoso in Italia che non abbia visto con simpatia e – per molti versi – anche con una certa “empatia” quel gesto plateale. Dopotutto Mazzone è stato l’incarnazione più genuina di quel turbinio di emozioni che ha da sempre legato il popolo italiano al mondo del calcio; un semplice allenatore di calcio la cui influenza nella cultura popolare nostrana ha pochissimi eguali. Non è impossibile individuare i fattori che hanno fatto breccia nell’immaginario collettivo degli italiani: la longevità, i suoi modi schietti, e il suo stretto legame alle realtà di provincia, tutti ingredienti che hanno contribuito alla creazione di questa leggenda.



Credits | Archivio Storico AS Roma

Gli inizi della sua carriera da allenatore risalgono addirittura al 1968, alla tenera età di 31 anni. Un viaggio lungo decenni che lo ha visto imperversare da una panchina all’altra, senza mai incrociare sul suo percorso le big storiche del campionato. In mezzo a poche sporadiche delusioni (Pescara e Napoli su tutte), “Carletto” ha lasciato il segno più o meno ovunque abbia messo piede: da Firenze a Lecce, passando per Cagliari, Catanzaro, Bologna e Perugia, in un personalissimo Giro d’italia che ha condiviso con milioni di tifosi sparsi in tutto lo stivale. Ci sono però posti il cui legame con Mazzone si è spinto ben al di là del semplice tifo da stadio; si è infatti instaurato un rapporto così profondo che ha di fatto consegnato la figura del mister al popolo che rappresentava.

Una delle tappe in cui questa mistica connessione ha preso vita è stata senza ombra di dubbio Roma. D’altronde Carlo ci è nato nella Capitale, dettaglio non da poco. Le sue prime 2 presenze in serie A da giocatore sono con la maglia giallorossa, con cui ha comunque fatto tutta la trafila delle giovanili. Quando nel 1993 viene chiamato sulla panchina della Roma dal nuovo presidente Franco Sensi, per Mazzone si chiude un cerchio: il sogno di allenare la squadra per cui tifava sin da bambino diventa finalmente realtà. Poco importa se la Roma veniva da anni di assestamento, e i fasti degli anni ’80 erano solo un lontano ricordo: pur con un materiale tecnico non all’altezza dei primi posti, i risultati furono più che soddisfacenti. Spicca, su tutti, il derby finito 3 a 0 nel novembre del 1994, l’unico vinto nell’arco delle sue tre stagioni giallorosse contro l’arrembante Lazio di Zdenek Zeman, in rampa di lancio rispetto ai rivali cittadini; l’esultanza sotto la Curva Sud a fine gara è un’altra delle tante diapositive impresse nelle nostre menti. Inoltre, proprio in quella stagione, Mazzone trova il coraggio di promuovere stabilmente in prima squadra un giovanissimo talento della Primavera, tale Francesco Totti. Il futuro capitano della Roma, a soli 18 anni, non può che beneficiare dell’ala protettrice di un mentore come Carletto, che diventerà figura fondamentale (come più volte ricordato dallo stesso Totti) nel processo di crescita sportivo e umano del numero 10.


A 4 anni dall’esperienza giallorossa le quotazioni del mister sembrano leggermente in calo. La problematica convivenza con Luciano Gaucci nell’unico anno a Perugia – dove comunque si rende protagonista di una pagina leggendaria del calcio italiano, battendo la Juventus all’ultima giornata e consegnando di fatto lo Scudetto alla Lazio – fa da anteprima al trasferimento in quel di Brescia. Qui Carletto ha una grande intuizione che, grazie a un abile e rapido lavoro diplomatico, diventa realtà: Roberto Baggio approda incredibilmente alla corte del mister, dando vita a un colpo di scena inatteso per l’ex Pallone d’Oro. Lo stretto legame col “Divin Codino” sarà il leit motiv degli ultimi anni di carriera di Mazzone e dello stesso Baggio. Il tutto mentre il popolo bresciano, inizialmente diffidente, si abbandona totalmente al credo dell’allenatore romano. Nell’arco di 3 stagioni si palesano al Rigamonti giocatori del calibro di Andrea Pirlo, Luca Toni, e Josep Guardiola, tasselli pregiati per una piccola realtà come quella delle “rondinelle”, poco avvezza ai grandi nomi. Ancora una volta, un fermo immagine si staglia nei nostri pensieri: la già citata corsa verso il settore ospiti in occasione del pareggio in extremis in un derby del 2001 contro l’Atalanta. Ai tifosi bergamaschi, rei di aver tirato in ballo la madre del mister nel mezzo dei cori offensivi riservati al rivale, lo aveva promesso platealmente, sfoggiando il suo proverbiale romano da battaglia: “Se famo er 3 a 3, vengo sotto ‘a curva”; e così è stato. La carriera del mister finirà pochi anni dopo, a seguito di una breve parentesi livornese nel 2006. In quel momento ha 69 anni e 1278 panchine sul groppone (record assoluto in Italia), e può finalmente trovare il tempo per dedicarsi agli affetti tornando nella sua Ascoli.


Già, proprio Ascoli. Città mai citata fino a questo momento; perché se si parla di Carlo Mazzone, il capoluogo marchigiano merita un capitolo a parte. È lì che un giovanissimo Carlo trova la sua dimensione da calciatore, passata sui campi di Serie C con la maglia bianconera dal 1960 al 1969; è sempre lì che il neo presidente Costantino Rozzi gli affida la squadra per il suo primo incarico da allenatore; ma soprattutto è proprio ad Ascoli che Mazzone trova l’amore, mette su famiglia, e si lega indissolubilmente alla città. Nel primo stint sulla panchina degli ascolani (fino al 1978) ottiene risultati senza precedenti, portando i suoi per la prima volta in Serie B, e dopo un paio d’anni addirittura in Serie A. Un exploit clamoroso, semplicemente impensabile appena un decennio prima. Il binomio Rozzi-Mazzone tornerà poi alla ribalta nel 1981, con l’Ascoli che si toglierà il lusso di un 6° posto in classifica nella massima Serie, secondo miglior risultato della sua storia. Le strade, a livello professionale, si divideranno nel 1984, dopo un inizio di stagione disastroso che portò all’esonero del Mister. Il legame affettivo invece no: quello non si spezzerà mai. Ecco perché Ascoli è stata il suo approdo felice fino all’ultimo istante, circondato da chi gli voleva bene.


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