Non c’è palmares che tenga: di fronte all’etica distorta di un regime religioso, nemmeno una sportiva di livello internazionale (medaglia di Bronzo nella combinata ai Mondiali 2021 di Arrampicata Sportiva a Mosca) può far finta di nulla. 

Attualità
di Paolo Sinacore
@bigshotpaul

La battaglia “inconsapevole” di Elnaz


Elnaz Rekabi è tornata in Iran, accolta dalla folla. Quella che dovrebbe essere al più un’informazione di servizio per parenti, amici, e tifosi dell’atleta iraniana, è diventata tristemente l’headline del momento su gran parte dei notiziari mondiali. Non c’è però da meravigliarsi, visto il frastuono di questi giorni attorno al destino dell’atleta mediorientale, improvvisamente sparita dai radar dopo i Campionati Asiatici di Arrampicata disputati domenica scorsa a Seul, in Corea del Sud.


Credits | Getty Images

Un frastuono che riecheggia con intensità da quando, il 16 settembre scorso, la giovane attivista Mahsa Amini è morta in circostanze sospette dopo l’arresto da parte del Basij, la polizia “morale” iraniana.

L’evento ha scatenato il risentimento che la maggioranza dei giovani (soprattutto, ma non solo) iraniani covava da tempo contro il regime, culturale e sociale, ormai quarantennale dell’Ayatollah. A capo di queste rivolte, che stanno portando all’uccisione di centinaia di persone (secondo alcune stime oltre 200 nell’ultimo mese) per mano delle forze dell’ordine, si è schierato il popolo femminile, vittima principale della regressione culturale degli anni ‘80 post rivoluzione islamica.

Al netto di tutto ciò, quale sarebbe stata la colpa che gli integralisti religiosi avevano imputato alla Rekabi? Il tutto risale proprio a domenica 16 ottobre, quando nel corso dei Campionati Continentali l’atleta ha effettuato la propria arrampicata senza l’Hijab, il velo simbolo dell’oppressione del Regime, reso obbligatorio per tutte le donne iraniane dall’età di 9 anni.

Questa assurda costrizione, in vigore dal 1983, è solo una goccia in mezzo al mare di ingiustizie, violenze, e molestie a cui le donne in Iran si sono tristemente abituate nel corso degli anni. Probabilmente, però, è la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso.

Ecco perché Elnaz, una volta atterrata a Teheran, ha dovuto immediatamente giustificare il mancato utilizzo del velo in competizione “incolpando” una chiamata in gara inaspettata e improvvisa da parte della direzione sportiva.

La speranza è che questo gesto, più o meno inconsapevole, attuato attraverso lo sport, possa ispirare la mobilitazione della società civile verso la libertà, quindi verso la richiesta dell’abolizione della legge che obbliga le donne ad indossare il velo, ponendo fine alla repressione.

Firma l’appello di Amnesty International per proteggere il diritto di protesta in Iran.


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