La riscossa di uno sport costantemente in secondo piano.

Curling
di Redazione
@redazione.ots

La vertiginosa ascesa del Curling


Che l’inverno porti con sé freddo, neve e ghiaccio, resta cosa ovvia e scontata. Ma non sono le uniche caratteristiche che il cambio di stagione ci regala. Ogni quattro anni infatti, riecheggia nel vento gelido il nome di uno sport altrimenti lontano dalle luci della ribalta. Schivando stereotipi e ironie della prima ora, il Curling ha spazzato via dubbi e perplessità attorno al suo nome sin da quando, nell’ormai lontano 2006, si manifestò sulla scena nazionale in occasione delle Olimpiadi invernali di Torino. Solitamente restii ad accogliere novità in ambito sportivo (e non solo), notoriamente legati alla tradizione, gli italiani mostrarono invece grande trasporto verso quella che a una prima e superficiale occhiata poteva sembrare una rivisitazione su ghiaccio del gioco delle bocce. Se in principio, come già detto, l’ironia la fece da padrona, ben presto si intuì come tali attenzioni fossero sintomo di un reale interesse del pubblico dinnanzi a questa disciplina.  



Come spesso capita, pur essendo sostanzialmente sconosciuto ai più, non stiamo certo parlando di qualcosa mai visto prima, anzi: nella sua madrepatria, in Scozia, vi sono testimonianze e reperti risalenti addirittura al XVI secolo, mentre in Italia il Curling, seppur limitato geograficamente alle zone alpine, è realtà dagli anni ‘50 del secolo scorso. Ci sono campionati con differenti categorie, ci sono selezioni nazionali che partecipano a competizioni internazionali, c’è quindi una federazione (la FISG, Federazione Italiana Sport del Ghiaccio) che se ne occupa sul territorio italiano. Come molte altre realtà sepolte da un’attenzione mediatica completamente soggiogata alle dinamiche mainstream di pochi sport, il Curling è andato avanti per decenni nell’ombra; ma non per questo è rimasto fermo. Per dare una decisa accelerata a questo lento processo di avvicinamento al grande pubblico, c’è stato però bisogno del grande evento: come già detto, Torino 2006, con la prima storica partecipazione olimpica della Nazionale italiana (sia femminile che maschile).

Se successivamente, sul piano nazional-popolare, si segnala “La Mossa del Pinguino”, film di Claudio Amendola del 2013 incentrato su questo sport, e poco altro, vero è che a livello sportivo i risultati non sono di certo mancati. Negli ultimi 5 anni sono arrivati tre bronzi a livello europeo (due per la nazionale maschile, uno per quella femminile), a testimonianza di un movimento che punta non solo ad avere un bacino di appassionati più ampio, ma anche ad aumentare la competitività in gara. Il pensiero va automaticamente a quanto visto poche settimane fa sul ghiaccio di Pechino, dove Amos Mosaner e Stefania Constantini hanno riscritto la storia di questo sport dando un’ulteriore sferzata a quel processo di crescita menzionato in precedenza. Gli atleti azzurri hanno conquistato un insperato oro nella kermesse olimpica, vincendo tutte le 9 gare nella competizione del doppio misto, fino alla finale contro i più quotati norvegesi. Un capolavoro non preventivabile, visto il 13° posto nel ranking mondiale della coppia azzurra, ma non di certo figlio del caso: la giovane età dei due atleti (26 anni per Mosaner, 22 per la Constantini) e le suddette medaglie ottenute a livello continentale, erano segnali di come un buon risultato fosse dietro l’angolo. Nel caso specifico, ovviamente, i ragazzi hanno bruciato le tappe in maniera sensazionale, dominando la manifestazione dall’inizio alla fine.  

Illustrazione di Paolo Mainini 

Che questo exploit (non replicato dalla nazionale maschile, eliminata nel girone iniziale) possa rappresentare l’inizio di una nuova virtuosa frenesia attorno al Curling, è troppo presto per saperlo. I nove centri attrezzati sul territorio nazionale per ospitare questo sport sono una base piuttosto misera da cui partire, soprattutto considerando che a sud di Sesto San Giovanni l’unico impianto attivo è quello di Monsano, in provincia di Ancona. Il limite sta probabilmente anche nella banalissima equazione inverno:nord=estate:sud, ma è di per sé evidente che strutture simili non sono di certo paragonabili a campi di calcetto o a playground, sia in termini di costi che di realizzazione. L’obiettivo per ora è più semplice, ma non di certo scontato: evitare di riporre questo meraviglioso sport nel dimenticatoio per altri quattro anni.


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